Non credo ci sia bisogno di alcun commento.

 

Le barriere architettoniche e la messa a piombo. Due concetti ancora non chiari in Thailandia.

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Solo in Thailandia la raccolta differenziata si fa a valle. Cioè tu butti tutto dentro lo stesso sacchetto e poi ci sono delle persone che per mestiere rovistano nella spazzatura altrui e salvano la plastica per il riciclo. Potrebbe essere una soluzione per trovare lavoro ai parlamentari italiani che ormai sono bravissimi a riciclarsi!

Cammini sul marciapiede. Un bimbo più in là sta giocando con una specie di elicotterino che ad un certo punto cade vicino ai tuoi piedi. Tu lo raccogli e glielo dai. Mentre ti corre incontro quasi spaventato ti fa l’inchino a mani giunte tre volte per ringraziarti. :’) quasi ti commuovi pensando alle mille volte che hai restituito ai tuoi alunni palline e palloni vari e in cambio non ne hai ricevuto neanche un misero “grazie”.

Solo in Thailandia ti può capitare di viaggiare su un autobus che all’improvviso viene superato da un altro autobus con il parabrezza completamente sfondato. E l’unica domanda che ti viene in mente è: come fa l’autista a vedere dove sta andando? :/

“Raccontaci una cosa strana che hai visto” mi chiedono le mie amiche dal di là della webcam.. non saprei da dove cominciare. Allora provo a scriverle qui, a tenere un diario di cose strane viste in giro per la Thailandia, cose che mi hanno fatto pensare “Solo in Thailandia può succedere…” Magari non è cosí, magari sono fatti che succedono anche altrove. Ma mi piace pensare di aver vissuto esperienze uniche ed irripetibili e mi piace immaginare che la Thailandia sia un posto speciale nel bene e nel male, dove il farang si perde mille volte, e mille e una si ritrova in se stesso, seppur diverso da quello che era prima.
Un’altra amica mi diceva “stai vivendo in un paradiso!”… Beh se non fosse che a volte sembra di trovarsi nel cuore dell’inferno le crederei. Ma penso che la Thailandia sia né più, né meno che un purgatorio qualsiasi, con finestre che affacciano sulla bellezza mozzafiato del paradiso, ed altre che ti mostrano l’abisso spettrale dell’inferno. Un po’ come in ogni altro luogo della terra qui gli uomini possono scegliere da quale lato guardare e decidere se si tratta di un sogno o di un incubo, o, più semplicemente, della realtà.
Quando riuscirò posterò anche delle foto a testimonianza di quello che scrivo. Se invece non mi riuscirà di farlo, dovrete fidarvi della mia onestà :)
Buona lettura!

Sento un profondo bisogno di pubblicare questo testo della canzone Non siete Stato voi, tratto dall’ultimo album di Caparezza, perché credo che davvero questo Stato in cui viviamo non sia proprio più uno Stato. Sento un enorme senso di spaesamento, dovuto intanto alla gravità della situazione (in qualunque direzione si guardi, dalla politica interna a quella estera) ma anche e soprattutto dalla percezione di non poter fare nulla in questa realtà disperata e disperante.

Davvero dobbiamo rassegnarci a vivere così? Rappresentati dalla peggior feccia dell’umanità?

Non siete Stato voi che parlate di libertà come si parla di una notte brava dentro i lupanari.
Non siete Stato voi che trascinate la nazione dentro il buio ma vi divertite a fare i luminari.
Non siete Stato voi che siete uomini di polso forse perché circondati da una
manica di idioti.
Non siete Stato voi che sventolate il tricolore come in curva e tanto basta per sentirvi patrioti.
Non siete Stato voi né il vostro parlamento di idolatri pronti a tutto per ricevere un’udienza.
Non siete Stato voi che comprate voti con la propaganda ma non ne pagate mai la conseguenza.
Non siete Stato voi che stringete tra le dita il rosario dei sondaggi sperando
che vi rinfranchi.
Non siete Stato voi che risolvete il dramma dei disoccupati andando nei salotti a fare i saltimbanchi.

Non siete Stato voi. Non siete Stato, voi.

Non siete Stato voi, uomini boia con la divisa che ammazzate di percosse i
detenuti.
Non siete Stato voi con gli anfibi sulle facce disarmate prese a calci come sacchi di rifiuti.
Non siete Stato voi che mandate i vostri figli al fronte come una carogna da una iena che la spolpa.
Non siete Stato voi che rimboccate le bandiere sulle bare per addormentare ogni senso di colpa.
Non siete Stato voi maledetti forcaioli impreparati, sempre in cerca di un nemico per la lotta.
Non siete Stato voi che brucereste come streghe gli immigrati salvo venerare quello nella grotta.
Non siete Stato voi col busto del duce sugli scrittoi e la costituzione sotto i piedi.
Non siete Stato voi che meritereste d’essere estripati come la malerba dalle vostre sedi.

Non siete Stato voi. Non siete Stato, voi.

Non siete Stato voi che brindate con il sangue di chi tenta di far luce sulle vostre vite oscure.
Non siete Stato voi che vorreste dare voce a quotidiani di partito muti come sepolture.
Non siete Stato voi che fate leggi su misura come un paio di mutande a seconda dei genitali.
Non siete Stato voi che trattate chi vi critica come un randagio a cui
tagliare le corde vocali.
Non siete Stato voi, servi, che avete noleggiato costumi da sovrani con soldi immeritati, siete voi confratelli di una loggia che poggia sul valore dei privilegiati come voi che i mafiosi li chiamate eroi e che il corrotto lo chiamate pio e ciascuno di voi, implicato in ogni sorta di reato fissa il magistrato e poi giura su Dio:
“Non sono stato io”.


Un anno fa ero a Londra, quando, al mattino lessi il messaggio che mia madre mi aveva inviato per informarmi del terremoto in Abruzzo. Cercai subito di avere altre notizie. Qualche articolo appariva sui giornali; si parlava, all’inizio, soprattutto della Casa dello Studente. All’aeroporto la tv ci mostrava le prime, tragiche, immagini. Poi, tornata a casa, iniziai a trascorrere molto tempo su internet per avere maggiori notizie, scoprendo via via la gravità di una tregedia che aveva risucchiato tutta la città e parte della provincia de L’Aquila.

Dai giornali on-line appresi che la terra tremava da diversi mesi, e che soprattutto nell’ultimo periodo la paura degli abruzzesi era tanta. Sempre i giornali ci dicevano che però le istituzioni avevano fatto di tutto per tranquillizzare la popolazione, senza preoccuparsi di un evento che resta imprevedibile anche quando i segnali di allarme sono tanti e diffusi nel tempo. È vero, pensavo, il terremoto non si può prevedere. Ma con il tempo, e con l’aumento del numero delle vittime, riflettevo meglio ed arrivavo alla conclusione che proprio perché si tratta di un evento imprevedibile, vale la pena prestare attenzione ad ogni segnale d’allarme. Mi convincevo del fatto che è meglio allertare la popolazione e salvare oltre trecento persone, piuttosto che far finta di nulla e condannare quelle persone a morte.

E poi c’era la questione della Casa dello Studente, e con essa, di tutti gli altri edifici pubblici, prefettura compresa. Il mio pensiero correva a quei ragazzi, ai loro sacrifici, ai loro problemi. Conosco bene quei sacrifici perché li ho affrontati anch’io. Mi sentivo, e tutt’ora mi sento, particolarmente vicina agli studenti sopravvissuti e a quelli scomparsi. Come me, anche loro avevano affrontato con serietà ed impegno gli studi universitari. Anche loro dimostravano di avere una grande forza di volontà. E lo dimostravano con i sacrifici che erano disposti a fare. Con lo studio e l’impegno necessari a guadagnarsi e a mantenere il diritto ad una stanza gratuita. In una Repubblica seria questi studenti dovrebbero essere alloggiati nelle migliori strutture e ripagati dei loro sacrifici con il maggior grado di sicurezza. E invece la Repubblica Italiana ha costruito per loro una casa di sabbia, che li ha intrappolati, feriti e uccisi durante il terremoto.

Un anno fa mi indignai per tutto questo: per gli allarmi inascoltati, per gli edifici pubblici insicuri, per la prima gestione dell’emergenza, per le battute quanto mai fuori luogo del presidente del consiglio che affermava che per gli aquilani il soggiorno nelle tende sarebbe stato piacevole come un campeggio.

Quando scrivevo e davo voce alla mia indignazione mi veniva risposto che non era il momento per fare polemiche. Neanche ora è il momento delle polemiche. Vorrei però capire e chiedere alla gente quando, in questa Maledetta Italia inizieremo ad utilizzare la polemica non in maniera sterile come facciamo di solito, ma per far valere le nostre ragioni, per dare sfogo e voce alla nostra rabbia. Vorrei sapere quando ci alzeremo in piedi e ci incazzeremo e rivendicheremo il nostro diritto a vivere in un paese civile e sicuro. Vorrei sapere quando inizieremo ad avere rispetto di noi stessi e di chi ci circonda, e di 308 persone alle quali è stata strappata ogni possibilità di futuro.

Per loro dobbiamo incazzarci e cercare di rivendicare il diritto ad una casa sicura e soprattutto ad edifici pubblici sicuri. Perché il loro sacrificio non resti vano.

Alla fine l’ho fatto, ho comprato il giornale. E lo sapevo già da quando ho pensato di comprarlo. Lo sapevo che mi avrebbe dato questo senso di disgusto. Sono disgustata da questa Maledetta Italia. L’Italia dei furbetti, l’Italia marcia dei corrotti, l’Italia delle mezze verità, o peggio ancora quella delle bugie, l’Italia dei mafiosi al governo, l’Italia delle raccomandazioni e delle botte in culo, l’Italia dell’opportunismo e mai delle opportunità, l’Italia in cui la parola dabbene diventa storicamente dabbenaggine, dove cioè se sei onesto sei perforza anche un po’ coglione, l’Italia dei mollaccioni, di tutti noi mollaccioni, che non abbiamo le palle di alzarci e sfasciare tutto per poi ricominciare da capo.
Quello che mi disgusta di più non è la discussione sul fatto che Bertolaso sia o meno coinvolto nella corruzione, che sia lui stesso l’artefice di questo sistema gelatinoso o se ne sia solo la vittima. Quello che mi fa più schifo è che alti funzionari dello stato si compiacciano nel momento della tragedia, pensando ai soldi che potranno tirare su grazie ad un terremoto. Per loro 300 e passa morti accertati (e chissà quanti non accertati tra i clandestini che abitavano a L’Aquila) sono stati una specie di vincita alla lotteria nazionale. Sono sempre più schifata da questo paese. Mi fa schifo pensare che non solo c’è del marcio evidente (vallette semi nude che diventano ministre, figli di docenti che diventano docenti, figli di primari che diventano primari eccetera), ma che anche dove sembra che si sia finalmente realizzato qualcosa di bello e di utile, come le nuove case dei poveri aquilani, anche lì prima o poi si scoprirà che in fondo in fondo, la bellezza ha radici marce e corrotte. Mi fa schifo pensare che l’Italia stia inesorabilmente scoprendo, tassello per tassello, di essere completamente marcia.
Raggiungeremo mai il fondo del barile di questo marciume? Saremo mai capaci di azzerare tutto e ripartire da capo?

In Italia c’è Machismo. Intelligente e acuta affermazione del Ministro per le pari opportunità. Mara Carfagna.. ma.. scusi eh, Ministro, non si sente un po’ ridicola a rilasciare queste dichiarazioni? Proprio lei che, assimene ad una schiera infinita di veline, ballerine, letterine, o, come va di moda dire ora, ESCORT, ha contribuito a diffondere nella cultura italiana il simbolo di una femminilità che è solo merce di scambio. Proprio lei che da quegli ambienti di “spettacolo” è passata ad un ministero importante, chissà in base a quali doti nascoste (neanche tanto nascoste a dire il vero).

Di chi è la colpa? Chi è il responsabile della diffusione e del radicamento della cultura machista in Italia? ..a mio modesto parere è proprio colpa delle donne. Soprattutto di quelle (tante, troppe) che si venderebbero persino, pur di entrare nelle grazie del potente di turno.

Quando noi donne inizieremo a rimboccarci le maniche e a lavorare come madri e mogli per realizzare finalmente una cultura dell’uguaglianza e del rispetto, quando smetteremo di pensare che il nostro corpo possa essere usato per raggiungere gli scopi della nostra carriera, quando costringeremo i nostri colleghi ed i nostri capi ad apprezzarci solo per le nostre capacità e per la nostra intelligenza, quando costringeremo le televisioni a proporre modelli femminili più validi ed anche più vestiti, solo allora, caro ministro, avremo dato vita ad una nuova cultura delle pari opportunità. Solo allora avremo sconfitto il machismo.

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